Non lo vedevo da un sacco di tempo, da quando ho trovato lavoro e perso di vista tutti quelli del vecchio giro.
Era una cosa che non potevo evitare. Ma ora che lo rivedo, dopo tutto questo tempo, me ne dispiace.
Ci siamo baciati sulle guance e guardati a lungo le mani e gli occhi. Chissà se si è accorto di quanto sono cambiata.
“Sei solo?”
“No, con Gloria. È andata in bagno”
Ci sono stata anch’io prima, ho fatto una fila di venti minuti, ma Gloria non l’ho vista.
“E tu?”
“Con i ragazzi del collettivo…”
“Ah. Il lavoro?”
“Bene”
Quando ero stata male, Gianni era venuto a trovarmi all’ospedale ogni giorno, e per farmi ridere mi raccontava storie buffe che gli erano successe. Le più se le inventava, credo.
Quando mi dimisero mi venne lui a prendere, con l’auto, e quando salimmo mi disse “guarda dietro, c’è un regalo per te”, ed era eccitato e intimidito. Mi voltai e sul sedile posteriore vidi una cesta, grande, piena di limoni lucidi e grossi. Quasi mi misi a piangere.
“Sai, ho ancora la cesta, quella che mi regalasti”
“Hai ancora anche i limoni?”, mi chiede con tono canzonatorio.
“No”, e gli sorrido.
Gli avevo raccontato, un giorno all’ospedale, mentre era già buio alle quattro del pomeriggio e si sentiva il vento forte, da fuori… gli avevo raccontato che da bambina con i miei genitori andavamo sempre in vacanza, d’estate, in Sicilia, a casa di amici di mio padre, Salvo e Maddalena, e loro avevano queste piante di limoni bellissime, i limoni grossi e lucidi, come non li avevo mai visti e mangiati… e a me piaceva camminare là in mezzo, nel primo pomeriggio, con il sole che accecava e faceva venire il fiato corto… mi piacevano quei ricordi della mia infanzia, erano i miei preferiti, gli avevo detto a Gianni.
“Sai, cercai i limoni più belli e più grossi”
“Sì”
“Non saranno stati come quelli di Sicilia”
“No, ma erano belli”
Dopo quel giorno, dopo che mi ebbe riportata a casa, cambiarono tante cose per me: la terapia, il recupero, le ricadute, poi il lavoro, i nuovi amici, la nuova vita, cinque anni… Lui lo vedevo sempre più di rado, poi quasi più.
“È tanto che non ci si vede, Gianni, vero?”
“Sì, diversi mesi”
“Mi dispiace”
“Anche a me”
Mi guardo le scarpe, comode scarpe da ginnastica, vecchie, un po’ sporche. Sotto braccio ho una risma spessa di volantini e pubblicazioni, l’arrotolo con tutte e due le mani e la stringo forte, le nocche mi diventano bianche, inspiro profondamente e lo guardo negli occhi.
“Gianni, senti, vuoi venire a cena da me, una di queste sere?”
“A casa tua?”
“Sì”
“Sì”
“Ti chiamo”
Fa freddo, ed è quasi buio, sento il parlottare indistinto delle persone che ci camminano intorno e un odore di soffritto di cipolle misto a caffè.
“Ho il treno alle cinque, Gianni, ora devo andare”
“Va bene”
Mi guarda fisso e mi sorride, poi mi abbraccia.
“Quando vengo a cena ti porto un’altra cesta di limoni, tesoro”
Appoggio la testa sulla sua spalla: odora di tabacco e di un profumo femminile.
Poi mi saluta e si allontana nella direzione dei bagni.
Io non sono sicura che lo chiamerò.
20 marzo 2010
Firenze, ESF 2002
Posted by la prosi under Il paradiso degli orchi | Tag: anni zero, storie |Leave a Comment