Ho letto Spigoli di Devor De Pascalis, un piccolo librino edito da Caravan Edizioni.
Si tratta di un blog di viaggio di un americo-italiano, o meglio, come viene precisato nella bandella, romano-newyorkese, che dopo aver vissuto per trent’anni in Italia decide di emigrare, per sfuggire a un lavoro precario e a un paese forse un po’ troppo soffocante, e va a New York.
La storia è quella di un emigrante quindi, uno dei nuovi emigranti del ventiduesimo secolo.
In uno dei capitoli, Devor, si reca ad un appuntamento al buio con una ragazza di Roma, Marta, si incontrano nel Queens, e lui scrive:

Lei ti racconta di essere nata da genitori africani, ma di essere stata poi adottata da una coppia di italiani a fine anni Settanta. Di essere cresciuta dalle parti della Nomentana. Di essersi trasferita per studiare arte, perché a Roma non c’è lavoro. Di avere una gran paura di volare, ma di essersi ritrovata a farlo troppo spesso. Insomma ti racconta una storia che, a parte la questione dell’essere stata adottata, è molto simile alla tua.

E simile a tante altre storie di giovani laureati che si spostano da un paese all’altro dell’Occidente, rivendicando il loro diritto alla felicità.
E’ spesso motivo di discussione tra me e i miei coetanei questo: è più facile andare o restare, da che parte sta il coraggio? Alla fine credo che di coraggio ce ne voglia in entrambi i casi: andarsene, sradicarsi, rinunciare alla vicinanza e all’aiuto quotidiano della famiglia, oppure restare, cercare di costruirsi un futuro in un paese che frana da tutte le parti, senza poter più aspettare che le cose migliorino da sole, o che sia tutto distrutto definitivamente per poter poi ricominciare a costruire. Il fatto di andarsene io lo vivo come una sconfitta, sinceramente, ma allo stesso tempo restare e ancorarsi a un minimo di radice dà senzaltro sicurezza. Quindi non lo so: ci vuole coraggio forse ad avere trent’anni negli anni 10. Oppure semplicemente ci vuole coraggio ad avere trent’anni, punto.
Spigoli è un libro bello, pur con decine di difetti, ma è un libro bello perché è pieno di passione e verità.
In quarta di copertina c’è una frase molto azzeccata: “Guida per ritrovare la tua strada di casa a New York”, che nel caso del protagonista ha anche il senso di una ricerca profonda e personale, delle sue radici materne, storia di emigranti polacchi e di sobborghi metropolitani, ma che in generale ha un valore per tutti gli emigranti: qualsiasi sia il punto di partenza e qualunque sia quello di arrivo è sempre una casa che si cerca.

Mi chiedo spesso cosa significhi davvero amare i libri e la lettura, non poterne fare a meno e come possano vivere bene quelli, la maggioranza almeno in Italia, che non leggono affatto.
Mi chiedo da cosa origini, come cresce, questo bisogno o non bisogno.
Non so, io sono cresciuta in una casa quasi senza libri, con genitori non lettori, orgogliosi di non nesserlo. Eppure fin da piccola ho sempre avuto questa attrazione patologica per i libri, per la scrittura.
Probabilmente i miei genitori, con la loro avversione per la lettura, mi hanno fatto apprezzare il gusto della “clandestinità”; mia mamma, con il suo sfiancante incitamento a uscire, a lasciare i libri, i quaderni e le matite per le “salutari passeggiate”, ha generato una sorta di spirito di ribellione, che mi ha fatto vedere i libri come trasgressivi. La loro incapacità di scegliere libri adatti a me, di consigliarmi, mi ha fatto avvicinare a caso a autori e volumi, in biblioteca, in libreria, in modo del tutto istintivo, sbagliando anche, ma lasciandomi libera di leggere anche cose “non adatte” alla mia età.
Peter Bichsel nella sua raccolta di articoli Al mondo ci sono più zie che lettori parla di queste zie, false maestre, che regalano gli albi illustrati ai bambini sperando di insegnare loro ad amarli, allontanandoli invece da una lettura “imposta” e perciò già in partenza sgradita.
Ecco, io di “zie” così non ne ho avute, ma piuttosto un papà simile a  quello di Caterina, la protagonista di Caterina sulla soglia, esordio di Susanna Bissoli, libro bellissimo letto di recente, e ne sono felice.

Lui mi indica la borsa con il mento e io finalmente la apro. Ci sono delle scatole di biscotti tra cui la solita, già aperta, di cantuccini, dei sacchetti di caramelle e il libro per me. Spero abbia almeno trre stelle sul dorso. Mio padre non si è mai accorto che il numero delle stelle corrisponde a diverse fasce di età. mi chiedo se nemmeno i titoli gli dicano niente, una settimana puà essere Huckleberry Finn, un’altra Lo scimmiotto color rosa.

Ho letto Il giovane Holden. L’ho letto molti anni dopo averne compiuti venti. Non l’avevo letto prima non so perché, nonostante sia di quei libri imprescindibili, almeno così dicono, non ne avevo mai sentito il bisogno, né la mancanza. Dopo la morte di Salinger mi è venuta voglia di conoscerlo, come penso a molti, a giudicare da aNobii in cui le schede del libro nelle ultime settimane hanno lievitato il numero di utenti e commenti. E’ normale.
Leggere Il giovane Holden ora mi ha fatto strano. Mi ha fatto lo stesso effetto dei film di Hitchcock. Quando anni fa vidi Psycho per la prima volta o Rebecca. quel senso di già visto, di già assaporato, qualcosa che fa ormai parte di un modo di concepire i film di un certo tipo: quelle luci, certe inquadrature, quelle musiche messe in quei momenti lì… Decine di film che avevo già visto che ripetevano quei chiché, salvo poi ricordarmi che era stato proprio lì, per la prima volta che quelle cose erano state viste, fatte, inventate.
Così per Holden: avevo letto molte volte cose del tipo “senza Salinger non ci sarebbe stato Brizzi” e leggere però Salinger dopo, molto dopo, Brizzi è davvero un’esperienza pazzesca, così come ricordarsi di tutti i nuovi giovani Holden della letteratura che ci sono stati nel frattempo, come il recentissimo, che io ho letto proprio da poco, protagonista di Mia sorella è una foca monaca.
Il romanzo in generale non posso dire che mi sia piaciuto: forse non è completamente fuori luogo il consiglio di leggerlo prestissimo, prima dei venti anni. Forse perché dopo non può fare molto effetto. E’ piacevole ma non  mi ha coinvolto.
Il protagonista però è normale che sia entrato nel cuore di tutte queste generazioni e che continuerà a farlo. E il finale, se pur, come già scritto, per quello che ho già scritto, è “già letto” rimane uno dei più belli di sempre.

Adesso metto in lista di lettura i Nove racconti e Franny e Zooey, così mi metto definitivametne in pari con Salinger.

Non lo vedevo da un sacco di tempo, da quando ho trovato lavoro e perso di vista tutti quelli del vecchio giro.
Era una cosa che non potevo evitare. Ma ora che lo rivedo, dopo tutto questo tempo, me ne dispiace.
Ci siamo baciati sulle guance e guardati a lungo le mani e gli occhi. Chissà se si è accorto di quanto sono cambiata.
“Sei solo?”
“No, con Gloria. È andata in bagno”
Ci sono stata anch’io prima, ho fatto una fila di venti minuti, ma Gloria non l’ho vista.
“E tu?”
“Con i ragazzi del collettivo…”
“Ah. Il lavoro?”
“Bene”
Quando ero stata male, Gianni era venuto a trovarmi all’ospedale ogni giorno, e per farmi ridere mi raccontava storie buffe che gli erano successe. Le più se le inventava, credo.
Quando mi dimisero mi venne lui a prendere, con l’auto, e quando salimmo mi disse “guarda dietro, c’è un regalo per te”, ed era eccitato e intimidito. Mi voltai e sul sedile posteriore vidi una cesta, grande, piena di limoni lucidi e grossi. Quasi mi misi a piangere.
“Sai, ho ancora la cesta, quella che mi regalasti”
“Hai ancora anche i limoni?”, mi chiede con tono canzonatorio.
“No”, e gli sorrido.
Gli avevo raccontato, un giorno all’ospedale, mentre era già buio alle quattro del pomeriggio e si sentiva il vento forte, da fuori… gli avevo raccontato che da bambina con i miei genitori andavamo sempre in vacanza, d’estate, in Sicilia, a casa di amici di mio padre, Salvo e Maddalena, e loro avevano queste piante di limoni bellissime, i limoni grossi e lucidi, come non li avevo mai visti e mangiati… e a me piaceva camminare là in mezzo, nel primo pomeriggio, con il sole che accecava e faceva venire il fiato corto… mi piacevano quei ricordi della mia infanzia, erano i miei preferiti, gli avevo detto a Gianni.
“Sai, cercai i limoni più belli e più grossi”
“Sì”
“Non saranno stati come quelli di Sicilia”
“No, ma erano belli”
Dopo quel giorno, dopo che mi ebbe riportata a casa, cambiarono tante cose per me: la terapia, il recupero, le ricadute, poi il lavoro, i nuovi amici, la nuova vita, cinque anni… Lui lo vedevo sempre più di rado, poi quasi più.
“È tanto che non ci si vede, Gianni, vero?”
“Sì, diversi mesi”
“Mi dispiace”
“Anche a me”
Mi guardo le scarpe, comode scarpe da ginnastica, vecchie, un po’ sporche. Sotto braccio ho una risma spessa di volantini e pubblicazioni, l’arrotolo con tutte e due le mani e la stringo forte, le nocche mi diventano bianche, inspiro profondamente e lo guardo negli occhi.
“Gianni, senti, vuoi venire a cena da me, una di queste sere?”
“A casa tua?”
“Sì”
“Sì”
“Ti chiamo”
Fa freddo, ed è quasi buio, sento il parlottare indistinto delle persone che ci camminano intorno e un odore di soffritto di cipolle misto a caffè.
“Ho il treno alle cinque, Gianni, ora devo andare”
“Va bene”
Mi guarda fisso e mi sorride, poi mi abbraccia.
“Quando vengo a cena ti porto un’altra cesta di limoni, tesoro”
Appoggio la testa sulla sua spalla: odora di tabacco e di un profumo femminile.
Poi mi saluta e si allontana nella direzione dei bagni.
Io non sono sicura che lo chiamerò.

Da dopo Big Fish ho cominciato a non soffrire più Tim Burton.
Credo ancora che Nigthmare before Christmas sia una delle animazioni più belle mai realizzate, adoro ancora Beetlejuice, un film che ha avuto un’importanza primaria per la mia formazione cinefila, ma credo proprio che Tim con Big Fish abbia definitivamente chiuso in soffitta tutto il suo genio. All’epoca non lo avrei creduto: ricordo che pensai si trattasse di un film “adulto”, di un Tim Burton che era maturato e aveva svelato il suo immaginario, rinnovato il patto con il suo pubblico, facendo “vedere” cosa c’era di vero e cosa di inventato, lasciando il registro visionario per prendere quello del cantastorie. Alla fine Big Fish mi era piaciuto, pur vedendoci una rottura, ma ero curiosa, molto, di vedere cosa ci sarebbe stato dopo, immaginavo che i suoi film sarebbero stati diversi, da quel momento in poi ed ero prontissima ad apprezzarli, ero fiduciosa che sarebbero stati comunque belli.
E invece da Charlie e la fabbrica di cioccolato alla Sposa cadavere fino a questo Alice è stata una delusione dietro l’altra.
Davvero sono stufa di Johnny Deep che fa sempre la stessa parte, di Helena Bonam Carter, soprattutto sono stufa di vedere cose di cui non si capisce il senso, che non danno alcuna emozione, che esteticamente sono anche belle e ora anche all’avanguardia, con il 3D, tutto perfetto e laccato, ma senza un minimo di coinvolgimento.
Alice in Wonderland l’ho guardato senza divertirmi nemmeno per un minuto, in silenzio, senza fare un commento, solo alla fine ho detto “questo è un film davvero brutto”.
Alice nel paese delle meraviglie è un libro che ho letto più di una volta, da bambina. Leggevo tanto da bambina e non avevo a disposizione molti libri, da figlia di non lettori  e vivendo in un paese di provincia all’epoca sfornito di una biblioteca capitava che mi rileggevo più volte i libri che avevo in libreria a casa, tra questi Alice. Mi piaceva e mi era piaciuta anche la trasposizione disneyana. Ho sempre pensato che fosse una lettura capace di far sognare. Ero curiosa di vedere come potesse essere rimaneggiato un materiale così ricco da uno come Tim Burton e sinceramente non mi aspettavo di trovarmi di fronte ad una cosa così insignificante.
Peccato, davvero, un’occasione sprecata.

In Italia è opinione comune che il racconto breve non funzioni, le raccolte non si vendano, le antologie servano solo per dare un po’ di visibilità a editori e autori, le riviste siano ormai solo roba da ragazzini. Mentre negli Stati Uniti la produzione e il consumo di short stories sembra godere ancora di ottima salute (vedi riviste splendide come quella fatta dalla McSweeney’s di Eggers), in Italia pare che quei pochi che leggono vogliano solo romanzi, con buona pace dei vecchi classici come i racconti di Verga, Pirandello, Buzzati (una tradizione favolosa e perduta).
Ma qualcosa, forse, sta cambiando?
Forse. Insomma, il numero dei lettori pare aumentare, almeno sembra ci sia un interesse a leggere, ma poco tempo per farlo. Gli spostamenti in metro e treno, la pausa pranzo, il bagno sono spesso le sole occasioni e quindi un racconto al posto di un capitolo di un romanzo magari va meglio. Poi, il digitale avanza e il formato Ebook non potrà che favorire le forme brevi.
Ultimamente dalla piccola editoria indipendente arrivano cose che mi sembrano davvero interessanti.
Ad esempio Microlit, la collana di letteratura minimale curata da Luca Moretti per 18:30 edizioni: piccoli libricini a 2 euro con storie accattivanti di autori emergenti, già conosciuti e apprezzati nell’underground letterario. Oppure le raccolte bimestrali di Toilet (con racconti in cui è indicato il tempo stimato di lettura, come negli articoli di “Vanity Fair”, mai superiore ai 15 minuti), racconti di ogni genere e tipo. Minimum Fax qualcosa ha pubblicato negli ultimissimi anni, anche di italiani. Certo, sono piccole cose, in confronto alla mole di romanzi che si fanno. Però.
Io ho letto di recente due raccolte belle di italiani: Polaroid di Gianluca Mercadante (Las Vegas) e I cani là fuori di Gianni Tetti (Neo.).

Insomma, forse qualcosa si (s)muove?

Ero quasi certa che il film di Jackson tratto dal romanzo della Sebold mi avrebbe deluso. In parte perché un film tratto da un libro che si è molto amato è quasi certo che deluda. La lettura porta a crearsi delle immagini mentali soggettive che non coincidono mai con quelle che si è fatto un’altra persona. Però, è accaduto che apprezzassi comunque un film anche se molto diverso, o in parte, alla mia rappresentazione del libro. Ad esempio Io non ho paura di Salvatorese era un bel film, che rispecchiava il tono e l’atmosfera del romanzo di Ammaniti, pur con tagli e modifiche alla trama.
Su Amabili resti ero scettica perché il libro è incentrato sull’immateriale. La voce narrante racconta lo stato in cui si trova per ellissi. In un film questo sarebbe stato impossibile. Jackson risolve rappresentando materialmente l’aldilà di Susie, creando quadri molto suggestivi e spettacolari che ricordano nemmeno troppo vagamente Al di là dei sogni di Ward, il film con Robin Williams. Dall’altra parte abbiamo invece la narrazione delle vicende terrene, con la famiglia della protagonista e il suo assassino, le indagini, il dolore e tutto il resto.
Ecco, in generale il film è un buon film, non ottimo, ma buono. Ma del romanzo non ha niente. Non c’è niente dello struggimento malinconico della voce di Susie, della decostruzione e ricostruzione della sua famiglia, gli “amabili resti”. Giustamente il regista accentua gli aspetti thriller/horror che erano presenti, ma marginalmente nel libro, perché più facili da veicolare in un’opera cinematografica e tralascia l’aspetto del “romanzo di formazione” che caratterizza invece la vicenda della sorella, o quello del dramma familiare. Io questo lo capisco, ma mi lascia comunque delusa.
Tralasciando poi per un attimo il libro e guardando solo al film, ho trovato un disequilibrio tra la prima parte, in cui la tensione sale fino a esplodere nella scena dell’adescamento e dell’omicidio, bellissima, e la seconda parte, più sfilacciata, francamente un po’ noiosa. In questo senso forse il materiale a disposizione poteva essere usato diversamente e meglio.
Ad ogni modo. Mi è tornata voglia di rileggere il romanzo e penso che lo farò e almeno ora potrà smettere di aspettare trepidante questo film.

Domani esce Amabili resti, il film di Peter Jackson tratto dal romanzo di Alice Sebold.
Questo film lo aspetto da molto tempo, saranno già passati due anni dalla prima volta che vidi la fascetta sui volumi in libreria con su scritto “da questo romanzo ecc.”.
Amabili resti è uno dei miei libri preferiti, per molti versi lo considero un gran romanzo, delicato e originale.
E’ la storia di Susie Salmon, brutalmente assassinata da un serial killer, e della sua famiglia, che le sopravvive, la piange e non si dà pace per la non risoluzione del suo caso. Amabili resti è anche un thriller e alcuni passaggi mi hanno fatto letteralmente sudar freddo. Ma per la maggior parte è un amorevole quadro familiare e sociale, della media borghesia americana di qualche decennio fa, è il viaggio verso un aldilà fatto di sogni e desideri e soprattutto è una voce struggente e malinconica, quella della narratrice, che è la stessa Susie. E’ attraverso i suoi occhi eternamente quattordicenni che ci viene raccontata questa storia di dolore e violenza, occhi che hanno ancora molto di terreno e di passionale, che provano malinconia e invidia per ciò che non hanno potuto vivere, ma allo stesso tempo distaccati, pieni di comprensione e privi di patetismi.

Spero davvero che il film non sia una delusione.

In questo periodo sto guardando Mad Men, una serie tv americana carina, ambientata negli anni Sessanta con protagonisti pubblicitari di Madison Square, le loro mogli, famiglie e amanti.
Inizialmente la trovavo noiosa, non capivo dove volesse andare a parare, il ritmo lentissimo mi esasperava, le puntate sembravano non essere in loro stesse compiute e allo stesso tempo non essere legate tra di loro in modo solido. Insomma, era tutta sfilacciata. Poi mi sono rassegnata al fatto che la serie seguisse una logica più descrittiva che narrativa e allora ha cominciato davvero a piacermi.
Contemporaneamente e casualmente sto leggendo Undici solitudini di Richard Yeats, autore che ho cominciato ad adorare con Easter Parade e di cui, con calma, voglio leggere tutto.
Anche i racconti di Undici solitudini sono ambientati nell’America degli anni Sessanta e sono storie raccontate con lo stile straordinario di questo superbo autore: asciutto, essenziale, penetrante. I personaggi di Yeats sono indimenticabili nella loro banalità, nelle loro vite fatte di meschinità e solitudine.
L’America che fa da sfondo è quella del sogno americano all’apice del suo splendore, eppure, sia in Mad Men che in Yeats, gli uomini e le donne appaiono fragili e infelici in un modo che non lascia scampo, né speranza.
Comunque è la migliore ambientazione che ci sia, per me. Visivamente adoro tutto: dai vestiti, al trucco, alle acconciature delle donne. Hanno tutte i capelli perfetti anche quando stanno in cucina o in bagno. Negli uffici c’è quell’aria operosa e rilassata, così lontana dallo stress nevrotico degli uffici dei giorni nostri.  E mi piace la disinvoltura con cui tutti e tutte bevono e fumano (continuamente), senza preoccuparsi di salute e sbornie, certo non saranno degli esempi da seguire, ma toccasana per i sensi di colpa sì.

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